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...e allora lei parla di tutti i suoi amori — acquisiti e persi. Colti e disprezzati, rubati e perduti, manifesti e clandestini, felici e condannati. Gli amori che sorgevano improvvisi e inaspettati, gli amori che lei stava costruendo con cura, gli amori con un gusto di fuoco e di metallo. Gli amori con i resti delle risse notturne e del silenzio mattutino. Gli amori che lei aveva vissuto in fretta e ai quali dopo ritornava continuamente, dai quali si difendeva e tramite i quali ritrovava l’equilibrio. Parla ricordando e fantasticando, dimenticando e spostando tutto in posti diversi, difendendo gli amici e accusando le amiche, rivelando sanguinosi segreti e mostrando i luoghi del delitto. Elencava gli indirizzi dove si è sentita bene, mostrava i cortili nei quali si scoraggiava, si lamenta della metro che la faceva sentire sola e ricorda gli itinerari degli autobus che ogni volta gli facevano ritrovare le forze. Ripete i nomi dei suoi fidanzati, racconta come stava con loro, cosa le piaceva in loro, perché non poteva vivere senza di loro e come, alla fine, si era sbarazzata di tutti loro.

Parla degli amori inconfessabili e anche degli amori che confessava a tutti in modo leggero. Gli amori che non promettevano niente di buono e anche quelli condannati alla leggerezza e alla persistenza, quelli con molti misteri, quelli che rimanevano nelle lettere e nelle telefonate, quelli che lei amava piangere e quelli che le facevano asciugare le lacrime. Parla sussurrando degli amori che la rendevano saggia e indifesa, di quelli di cui andava fiera e con cui si difendeva, quelli senza la possibilità di evitare il dolore e quelli senza alcuna probabilità di ricordare qualcosa, quelli per passare l’inverno in una città non sua, quelli come un rimedio contro la vecchiaia e il raffreddore, quelli come l’aria di settembre e come le foglie di luglio, quelli come una voce e quelli come un dolore, quello che ti stanca facilmente e quello che manca sempre.

© Serhiy Zhadan | Traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovyč

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