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Testi

Pronunciami come il nome di una malattia
con la quale devo adesso convivere. Il confine orientale dell’Europa.
La direzione occidentale del vento. E una valanga di neve notturna.
“Osanna!” — saluta qualcuno. E tu gli rispondi: “Osanna!”.

Pronunciami come la parola di una lingua straniera
      che significa “sciagura”. La neve cade con tanta ispirazione come quando si va alla comunione.
Il silenzioso fiume invernale che sfocia nel nulla,
finché tu non dici qualcosa — niente di tutto ciò.

Gli analgesici del sole di dicembre.
Il mondo, come fossero atomi, è composto dalle lettere del tuo alfabeto
Fino a quando non dirai qualcosa, niente sarà.
Dì: “luce” — perché tutto non sia troppo nero.

Il lavoro del sole di dicembre è così breve.
Io sono composto dalla voce con la quale tu mi hai dato il nome,
dal pronunciare caldo e insistente.
I brevi giorni del solstizio d’inverno.

Il tempo, composto da prescrizioni e ordinamenti.
Pronunciami come un numero per ricevere soccorso.
Il vento fiducioso e leggero, aggiunto alla voce.
“Di chi dobbiamo avere paura?” — chiede qualcuno. 
E tu rispondi: “Di nessuno”.

Il confine orientale lungo il quale passa il raffreddore,
l’edificio temporaneo dell’inverno, così atteso da tutti.
Il fumo sale dai fumaioli, così ferroviario, come quelli di vagone
La neve giace sul fiume — impronunciata e leggera.

© Serhiy Zhadan | Traduzione di Lorenzo Pompeo

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